La collezione

Casa Museo Boschi Di Stefano, così come la vediamo oggi, riflette solo in minima parte l'aspetto originario che la collezione aveva quando i coniugi Boschi l'abitavano e vi ricevevano artisti, intellettuali e amici, assidui frequentatori delle colte serate che i due spesso organizzavano. Chi ha avuto modo di visitare l'appartamento di Antonio e Marieda racconta di quadri disseminati ovunque, dal pavimento al soffitto, l'uno sopra l'altro in un succedersi senza tregua che non risparmiava neanche le ante delle porte. Alessandro Mendini, nipote affezionato della coppia, racconta che in casa c'erano sempre scalette, chiodi e un martello, e per lo zio collocare un nuovo quadro significava spesso modificare il puzzle interminabile di una intera parete. Ai quadri si aggiungevano le sculture e le ceramiche, appoggiate ai mobili e custodite nelle vetrine. L'impressione era quella di un coinvolgimento totale, un assedio di immagini che lasciava senza fiato chi veniva accolto dalla frizzante Marieda e dal marito. A testimonianza della disposizione originaria rimangono le foto di Gabriele Basilico scattate nei primi anni Ottanta. La sequenza delle opere era ininterrotta e solo apparentemente affastellata. 

In realtà una logica interna ordinava gli accostamenti e dava coerenza alla collezione, che gli spazi dell'appartamento ormai contenevano a gran fatica. Eppure Antonio Boschi continuava a incrementarla con sempre più frequenti acquisti nelle gallerie milanesi, incurante della saturazione che lo costringeva a stipare anche i ripostigli e i corridoi. Osservando la raccolta nel suo complesso si possono distinguere due aspetti e due diversi modi di collezionare. Da un lato, il nucleo delle opere degli anni Venti e Trenta indica l'inizio della collezione avviata da Francesco Di Stefano, il padre di Marieda. Questo primo nucleo può essere considerato una testimonianza delle scelte della borghesia milanese, che aveva riconosciuto nella figurazione novecentista il movimento più adatto a riflettere il suo gusto. Questa linea fu seguita inizialmente anche dai giovani sposi, che dopo i primi timidi acquisti di qualche tela di Lilloni, si rivolsero alla galleria Milano, definita da Antonio luogo di perdizione e meta del collezionismo lombardo di stampo tradizionale, dove i due acquistarono gran parte delle opere del gruppo Novecento. La curiosità tuttavia spingeva i due anche verso gallerie orientate all'avanguardia, come la Galleria il Milione o la Galleria della Spiga, dalla quale provengono molti quadri del gruppo di Corrente, opposto per poetica e per scelte stilistiche al gruppo Novecento.

Quella dei Boschi Di Stefano è infatti una collezione che non si è posta limiti cronologici né si è orientata sulla ricerca del singolo “pezzo” mancante. Non c'è alla sua origine un criterio “storico”, ma è invece l'istinto a guidare i coniugi, il cui sguardo era costantemente puntato sul presente e il cui interesse era rivolto a ciò che gli artisti andavano creando in quel momento. Questo modo di concepire il ruolo del collezionista in termini di “militanza”, ovvero di intervento diretto sul campo con scelte immediate, è quello che maggiormente ci fa apprezzare la capacità critica dei due collezionisti, la loro abilità nel selezionare accuratamente quello che avrebbe segnato la storia dell'arte e quello che invece sarebbe stato cancellato.