Il lockdown del Natale in carcere

Roma (Domani - Giulia Merlo), 24 dicembre 2020

Zona rossa permanente nelle carceri italiane

Dietro le sbarre anche la quarantena dura di più: 20 giorni; quest'anno nessun conforto ai detenuti per le feste: sospese le attività dei volontari, isolamento totale, quest'anno nessun conforto ai detenuti per le feste, sospese le attività dei volontari. Isolamento totale.
"In carcere, il Natale è il giorno più triste dell'anno, richiama la casa, la famiglia e le tradizioni e non poterle vivere direttamente apre un pozzo buio di malinconia - dice don Marco Pozza, sacerdote del carcere di Padova (lui l'anti-vigilia l'ha trascorsa tra i detenuti, per portare il conforto di una vicinanza tanto più importante in questa fine 2020 in cui proprio il contatto umano, già difficile nelle carceri, è diventato ancora più un lusso a causa della pandemia), se per i 'liberi' (così i detenuti si riferiscono a chi è fuori) questo sarà un Natale di limitazioni, la zona rossa del carcere è ancora più drammatica perché è fatta di abbandono e di solitudine".
"A San Vittore c'è la tradizione della Messa natalizia in rotonda, con il coro e i detenuti che arrivavano da tutti i raggi per partecipare alla celebrazione - racconta suor Anna Donelli, da dieci anni volontaria - quest'anno, non si può nemmeno passare da un piano all'altro e i raggi sono chiusi. Le messe verranno celebrate in qualche reparto, ma solo con quattro o cinque detenuti".
Con enorme fatica, si è riusciti a far arrivare qualche panettone per festeggiare, ma ogni altro conforto è stato impossibile; in carcere a mancare sono le piccole cose, che diventano enormi perché si sommano al carico di sofferenza, l'ora d'aria non viene più trascorsa con detenuti amici, che rimangono bloccati negli altri bracci La scuola è ferma in molte carceri, perché le aule sono piccole e spostare i detenuti è considerato pericoloso per il contagio; a pesare sono i tempi dilatati: la quarantena è di 20 giorni contro gli 11 all'esterno, perché i risultati dei tamponi sono più lenti, le attività portate avanti dai volontari, poi, sono per la maggior parte sospese e così le giornate diventano interminabili, l'unico sollievo, allora, rimane sentire la voce dei propri cari.
"In quest'anno di pandemia, l'istituzione carceraria è stata salvata dal telefono - dice la presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia, Ornella Favero - prima del Coronavirus, ogni detenuto aveva a disposizione 6 ore di colloquio al mese e 10 minuti di telefonata alla settimana, ma in molte carceri i direttori hanno allargato le maglie per compensare la difficoltà di visita".
"A San Vittore, il direttore ha permesso video-chiamate con Skype e telefonate più volte in settimana, soprattutto le video-chiamate che danno un po' di sollievo perché permettono di vedere i visi delle care che non sono potute venire in visita - dice suor Anna - ma una telefonata in più non allarga la cella: i detenuti sono costretti a rimanere molto più a lungo chiusi in spazi strettissimi dove crescono ansia, nervosismo e tanta paura del virus, per sé stessi e per i parenti all'esterno".
Accanto al telefono, le cooperative esterne cercano di mantenere disponibile un servizio mail: il volontario entra in carcere, ritira la mail scritta a mano, la scansiona e la manda agli indirizzi dei familiari, poi porta in carcere la risposta.
"I non italiani fanno fatica a chiamare a casa, a volte non hanno i soldi per la telefonata - continua suor Anna - noi volontari ci siamo attrezzati e con il traduttore di Google riusciamo a comunicare coi loro parenti per dare loro una parola di conforto e poi portare qualche notizia in carcere, per far sentire questi detenuti meno soli, almeno un poco".
Nemmeno il carcere, poi, è una livella sociale: i detenuti con qualche soldo in più sono in grado di comprare generi alimentari e organizzano piccoli pranzi in cella coi compagni. Per gli altri, invece, rischia di mancare ogni tipo di conforto.
"Alcuni, quando vengono, ci chiedono se per caso abbiamo una caramella o un biscotto - racconta una psicologa di San Vittore - questi giorni sono carichi di angoscia, che si manifesta con agitazione e nervosismo, alcuni detenuti non vogliono tornare in cella, altri avanzano richieste pretestuose".
Il disagio psichico è altissimo: "I più gravi si tagliano o commettono atti di auto-lesionismo, gli altri litigano per sfogare la rabbia, alcuni riescono a trovare sostegno nei nostri colloqui", e a complicare ulteriormente il contesto è anche la confusione: le normative del 'Covid-19' non permettono di uscire dalle celle, i detenuti vengono divisi con criteri che separano i gruppi di amici, la gestione interna delle carceri è sempre più difficile.
Ieri (23 dicembre 2020, ndr), il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte ha fatto una visita a sorpresa nel carcere romano di Regia Coeli insieme al Garante dei detenuti, Mauro Palma: un segno di vicinanza che potrebbe far ben sperare per un ordine del giorno presentato da '+ Europa', con Riccardo Magi per chiedere al più presto di vaccinare i detenuti, il testo doveva essere votato nei giorni scorsi ma è slittato al 27 dicembre 2020: ha ricevuto adesioni da parte di singoli parlamentari del Partito democratico, ma l'obiettivo è che ottenga il parere favorevole del governo, che ha già fatto sapere di considerare il personale penitenziario tra quelli con priorità di vaccinazione; anche perché, in carcere non solo i detenuti anziani ma anche i più giovani sono spesso vulnerabili: molti soffrono di tossico-dipendenza che rende il loro fisico molto più fragile.
Attualmente i detenuti positivi sono 947, di cui 800 asintomatici e 30 curati in strutture ospedaliere, divisi in 85 Istituti di pena; se i numeri del contagio sembrano sotto controllo, il problema tuttora irrisolto e che fa aumentare la paura di contagio rimane quello del sovraffollamento: attualmente sono detenute 52.908 persone, per 47.175 posti disponibili.
 

Aggiornato il: 24/12/2020